
NOTA IMPORTANTE – COSA INTENDO per ‘SCIAMANICO’
Prima di parlare di Tamburo sciamanico, sento il bisogno di fare una precisazione fondamentale.
Il Tamburo non è sciamanico per la sua forma o per l’estetica.
Il Tamburo diventa sciamanico per il tipo di relazione che si instaura con esso.
Quando parliamo di sciamanesimo, infatti, utilizziamo un termine occidentale, nato in ambito antropologico, che a sua volta deriva da “saman” ovvero “colui o colei che sa”.
Oggi la parola sciamanesimo raccoglie sotto un’unica parola pratiche molto diverse tra loro, diffuse in culture lontane nel tempo e nello spazio.
Nelle tradizioni ancora vive e originali questa parola non esiste, neanche nella Russia mongolo-siberiana, luogo da cui proviene la sua radice linguistica.
Esistono invece figure riconosciute all’interno della comunità:
la curandera, il curandero, la guaritrice, l’ombre medicina, la mujer medicina, il sangoma, il babalawo, il nganga, il kan.
Parole che non indicano un “sistema spirituale” astratto, ma una persona, un ruolo, una funzione viva.
In questi contesti non si parla di sciamanesimo come insieme di tecniche,
ma di pratiche incarnate, profondamente intrecciate alla vita quotidiana, alla cura, alla relazione con il visibile e l’invisibile.
Allo stesso modo, un Tamburo non è sciamanico perché “assomiglia” a qualcosa di tradizionale, ma perché viene abitato con lo stesso tipo di ascolto, responsabilità e presenza che caratterizzano le pratiche sciamaniche.
È la relazione che fa la differenza.
È il modo in cui si ascolta, si prega, si attraversano le soglie.
È il servizio che si sceglie di offrire attraverso di esso.
Per questo, quando parlo di Tamburo sciamanico, non mi riferisco a una categoria formale, ma a un modo di camminare con il Tamburo, in relazione con gli spiriti, con la vita e con ciò che chiede di essere ascoltato.
Uno strumento di ascolto, relazione e presenza
Il Tamburo accompagna l’essere umano da tempi così antichi da precedere la parola scritta.
Prima di essere uno strumento, è stato un ritmo condiviso, un battito capace di orientare il corpo, la comunità e il tempo.
In molte culture il Tamburo non viene “suonato” nel senso moderno del termine: viene ascoltato, abitato, interrogato.
Il suo suono non serve a intrattenere, ma a ricordare.
Ricordare il corpo, il respiro, il passo.
Ricordare che la vita si muove per cicli, ritorni, pulsazioni.
In questa pagina il Tamburo non viene presentato come oggetto esotico o simbolo folklorico, ma come presenza viva: uno strumento di relazione, capace di aprire spazi di ascolto profondo e di riconnessione con ciò che è essenziale.
La biblioteca del tamburo

La Biblioteca del Tamburo è un luogo all’interno di questo sito che raccoglie scritti, visioni ed esperienze sul Tamburo.
Una mappa da attraversare, non un percorso da seguire.
Se desideri approfondire il rapporto con il Tamburo oltre l’esperienza dell’evento,
nella Biblioteca del Tamburo trovi testi e visioni che ne esplorano il linguaggio e la medicina.
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https://ivanobecciunaiely.com/biblioteca-del-tamburo/
Cos’è il Tamburo
Definire il Tamburo è un’operazione che si muove in molteplici livelli, e spesso non è così facile.
Non perché manchino le parole, ma perché il Tamburo non si esaurisce in una funzione.
È pelle tesa su un cerchio, certo.
Ma è anche memoria del battito cardiaco, eco del primo suono ascoltato nel grembo.
È tempo che si fa udibile, ritmo che entra nel corpo e lo riorganizza dall’interno.
Nelle società antiche il Tamburo è stato strumento di orientamento, di cura, di attraversamento dei passaggi della vita.
Il suo valore risiede nella relazione che si crea tra chi lo utilizza, la tecnica e il suono che emerge e il contesto in cui viene chiamato.
Per questo, più che chiedersi cos’è il Tamburo, la domanda diventa:
che tipo di spazio apre?
Il Tamburo nelle tradizioni
Il Tamburo appare in forme diverse in quasi tutte le culture del mondo:
passa per i cinque continenti come il vento gira attorno al glodo.
Le forme cambiano, i materiali si adattano ai territori, ma il gesto rimane sorprendentemente simile:
tendere una pelle, creare un telaio, affidarsi al ritmo.
Questo suggerisce che il Tamburo non sia una “invenzione culturale” isolata, ma una risposta universale a un bisogno profondo: dare forma al tempo con il ritmo, rendere udibile l’invisibile, creare coesione tra corpo, comunità e mondo naturale.
Avvicinarsi oggi al Tamburo richiede attenzione.
Non si tratta di imitare rituali lontani o di ricostruire tradizioni in modo superficiale, ma di riconoscere il principio vivo che le attraversa e incontrarlo con rispetto, nel proprio contesto.
Alcuni di questi temi sono approfonditi nella Biblioteca del Tamburo al link: https://ivanobecciunaiely.com/biblioteca-del-tamburo/
Il Tamburo come relazione
Nel mio lavoro il Tamburo non è uno strumento da utilizzare, ma una relazione da costruire.
Relazione con il corpo, che risponde al ritmo prima ancora di comprenderlo.
Relazione con il silenzio, che rende il suono significativo.
Relazione con il tempo, che smette di essere lineare e torna ciclico.
Il Tamburo non impone una direzione.
Non guida dall’esterno, ma accompagna a ritrovare un centro interno.
In questo senso diventa una bussola: aiuta a riconoscere dove si è, e indica dove andare.
Ogni battito è un invito all’ascolto.
Ogni pausa, un momento di integrazione.
La Medicina dell’Animale

Ogni Tamburo nasce dall’incontro con un animale.
La pelle porta con sé una storia, una qualità, una forza specifica.
Parlare di Medicina dell’Animale non significa attribuire significati simbolici rigidi, ma entrare in una relazione di ascolto.
Osservare le qualità dell’animale, il suo modo di stare nel mondo, la sua postura, il suo ritmo.
Vuol dire conoscere le sue qualità e sentire quale di queste ci sta comunicando qualcosa, quindi metterla in pratica nelle vicissitudini quotidiane. Questo approccio fa in modo che si possa vibrare le sue qualità, che le si possa integrare, diventando così parte di noi, di come ci relazioniamo con il mondo.
Camminare questa medicina è un processo graduale.
Richiede tempo, presenza, disponibilità a lasciarsi toccare.
Non è un atto mentale, ma un’esperienza incarnata che si riflette nella vita quotidiana, nelle scelte, nel modo di stare in relazione.
La costruzione del Tamburo

Nel mio modo di portare la costruzione del Tamburo, questo gesto non è mai ridotto a un momento isolato.
Costruire il proprio Tamburo non coincide con un solo giorno, ma con un processo di avvicinamento che inizia molto prima che la pelle incontri il legno.
La costruzione è preceduta da un tempo di ascolto, di preparazione e di relazione.
Un tempo in cui si inizia a camminare accanto allo spirito del Tamburo, a osservare ciò che si muove dentro, a riconoscere le risonanze, le domande e le sincronicità che emergono lungo il cammino.
In questo percorso accompagno le persone passo dopo passo, nell’osservazione di ciò che accade, in riflessioni e momenti di condivisione, nei processi emozionali ed energetici.
Il lavoro non è mai forzato: ogni gesto nasce dalla presenza, ogni scelta dalla capacità di sentire quando è il momento di agire e quando quello di attendere.
Costruire un Tamburo, in questo senso, significa creare una relazione viva con ciò che lo anima.
Una relazione che chiede tre qualità fondamentali:
presenza, ascolto e fiducia.
Durante il percorso, il sacro vive nella vita quotidiana.
La materia e lo spirito sono vissuti come parti di un unico movimento, dimensioni che vivono insieme, che si intrecciano costantemente.
Ciò che emerge nella pratica chiede di essere riconosciuto, integrato e portato nel modo di stare nel mondo.
Il momento della costruzione vera e propria diventa così il compimento di un cammino già avviato.
Non un punto di partenza, ma un passaggio:
un rito concreto e simbolico insieme, in cui il Tamburo prende forma e, allo stesso tempo, chi lo costruisce attraversa una soglia di trasformazione.
In questo processo, il Tamburo non nasce come oggetto da utilizzare, ma come alleato, come presenza con cui camminare nel tempo, imparando a riconoscerne il ritmo e a lasciarsene orientare.
Il mio cammino con il Tamburo

Il mio incontro con il Tamburo nasce da una chiamata durata anni, che ha trovato la sua concretizzazione non attraverso un maestro umano, ma direttamente nella relazione con il Tamburo stesso.
Nel tempo, questo incontro è diventato un cammino di studio, pratica e accompagnamento.
Oggi, attraverso il counseling a indirizzo bioenergetico, le pratiche sciamaniche e il lavoro diretto con il Tamburo, accompagno persone e gruppi in percorsi di crescita personale e spirituale.
Il Tamburo, in questo contesto, non è mai separato dalla vita quotidiana: ciò che emerge nel suono chiede di essere integrato nelle relazioni, nelle scelte, nel modo di stare nel mondo.
Il mio lavoro non propone modelli da imitare, ma spazi di esperienza:
luoghi in cui ciascuno può incontrare il proprio ritmo, riconoscere ciò che lo abita e assumersi la responsabilità del proprio cammino.
Il Tamburo oggi: un uso consapevole
Viviamo in un tempo che consuma rapidamente simboli, pratiche e linguaggi antichi.
Il Tamburo non è immune a questo rischio.
Avvicinarsi oggi al Tamburo richiede discernimento.
Non tutto ciò che produce suono genera ascolto.
Non tutto ciò che richiama lo “sciamanico” è radicato, rispettoso o trasformativo.
Un uso consapevole del Tamburo nasce dalle tre qualità fondamentali già richiamate:
presenza, per abitare il qui e ora;
ascolto, per cogliere il dono di ciò che avviene;
fiducia, per lasciare il campo libero dalle aspettative e aprirsi all’imprevisto.
Il Tamburo non è uno strumento di potere, né un mezzo per forzare stati interiori.
È uno strumento di relazione, che chiede lentezza, continuità e integrazione.
Il suo suono non serve a fuggire dalla realtà, ma a tornarvi con maggiore lucidità e sensibilità.
Alla stessa maniera di come lo era in antichità, custode dei ritmi della vita, non solamente durante i riti ma anche nei momenti quotidiani più semplici, così anche oggi può tornare e vivere in noi.
Alcuni di questi temi sono approfonditi nella Biblioteca del Tamburo al link: https://ivanobecciunaiely.com/biblioteca-del-tamburo/
Percorsi e pratiche
Il Tamburo può essere incontrato in molti modi.
Non esiste un’unica porta, ma diverse soglie, ciascuna adatta a un momento specifico della vita.
Nel mio lavoro propongo:
- cerimonie di costruzione del Tamburo
- percorsi esperienziali individuali e di gruppo
- pratiche di ascolto e integrazione
- momenti di approfondimento e studio
Ogni proposta nasce dall’ascolto del contesto e delle persone coinvolte, e si adatta al tempo e al luogo in cui prende forma.
Se senti che il Tamburo ti chiama, il primo passo non è fare, ma ascoltare.
Da lì, il cammino trova da sé la sua direzione.
Conclusione
Il Tamburo non promette risposte.
Non offre scorciatoie.
Offre uno spazio.
Uno spazio in cui il ritmo può essere sentito,
il silenzio riconosciuto,
e la vita ascoltata nel suo movimento più essenziale.
