
Il Tamburo: memoria del ritmo e custode delle soglie
Quando parliamo di Tamburo, parliamo di ritmo.
E il ritmo è in ogni movimento del creato.
È nel battito del cuore, nel respiro, nel moto delle maree, nell’alternarsi delle stagioni, nella crescita e nel declino di ogni forma vivente. Gli strumenti a percussione sono i primi custodi di questa matrice universale, perché non imitano il mondo: lo rispecchiano.
L’uomo primordiale viveva il ritmo in modo naturale e simbiotico, come gli animali selvatici che ancora oggi si muovono secondo impulsi e cicli che non hanno bisogno di essere spiegati.
Il linguaggio sonoro è atavico: nasce con noi, cresce con noi, ci accompagna lungo tutta l’evoluzione.
Oggi, quando parliamo di musica “ancestrale”, la immaginiamo lontana, quasi archeologica. Eppure la musica moderna che ascoltiamo ogni giorno non è altro che un ricordo trasformato di quei ritmi antichi, un’eco lontano, tanto distante quanto spesso lo è il nostro cuore da quello della Madre Terra.
Parlare di Tamburo significa aprire un varco nella memoria profonda.
Accogliere in noi un flusso di battiti che ci riporta alla natura che ci compone e alla natura che ci circonda, dalla quale ci stiamo allontanando senza coglierne fino in fondo le conseguenze.
Ritrovare il Tamburo significa, in ultima analisi, ritrovare noi stessi.
Significa tornare al ritmo dei cicli: delle stagioni, della Luna e del Sole, del Mare, del sentire profondo. Da sempre il Tamburo è associato al femminile, perché è il femminile che custodisce il ritmo naturale delle cose. Nella donna vive il ciclo della Luna, la più antica forma di calendario; la Luna che muove le maree, che regola i corpi, che insegna il tempo della trasformazione.
Il Tamburo apre lo spazio, accompagna il viaggio e lo chiude.
È il guardiano delle soglie: con il suo battere focalizza la vibrazione, costruisce ponti tra i mondi e rende fluido ciò che appare separato. In esso convivono i due aspetti della creazione: il battito primordiale e l’amore.
Le cose più semplici non sono spesso facili da comprendere.
Viviamo in una società che ci educa alla fatica, al sacrificio, alla complicazione. E così ci costa persino immaginare che un oggetto così essenziale possa rendere la vita più semplice: farci vibrare diversamente dal “normale”, mostrarci un’altra realtà, offrirci lo sguardo in cui ogni cosa è possibile.
Questo testo fa parte della Biblioteca del Tamburo, uno spazio dedicato a scritti, visioni ed esperienze sul Tamburo come strumento di ascolto, relazione e presenza.
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Il Tamburo nei popoli antichi
Il Tamburo, a differenza di altri strumenti antichi come flauti o arpe, arriva all’essere umano con una tale immediatezza da sembrare parte di un processo naturale più che di una tecnologia. Fin dalle prime pratiche di caccia, già con Homo erectus, circa 1,8 milioni di anni fa, la pelle animale assume un ruolo centrale. Per utilizzarla era necessario pulirla, raschiarla, tenderla, essiccarla. E per comprenderne lo stato la si toccava, la si accarezzava e con molta probabilità la si batteva. Da quel gesto nasce un suono: grave, sordo, vivo.
Possiamo immaginare che col tempo si siano affinate le tecniche: la rimozione del pelo, l’uso della pelle per produrre corde, contenitori, indumenti. Da qui al Tamburo il passo è breve.
Non come invenzione improvvisa, ma come emersione naturale.
La lavorazione delle pelli, quella che potremmo definire una conciatura primitiva, difficilmente lascia tracce dirette nel record archeologico. I gesti sono quotidiani, ripetuti, affidati a strumenti semplici e deperibili. Eppure le prove indirette sono solide. Circa 300.000 anni fa, gruppi umani Neanderthal e forme arcaiche di Homo sapiens, mostrano una conoscenza raffinata del trattamento delle pelli. Raschiatoi in pietra, strumenti ossei appiattiti, superfici lavorate indicano un sapere tecnico condiviso.
Il sito di Schöningen in Germania, datato a circa 300.000 anni fa, restituisce l’immagine di comunità che non si limitavano a cacciare, ma conoscevano profondamente la materia dell’animale, accompagnandola in un processo di trasformazione. In questo contesto, la pelle non è ancora un “materiale” nel senso moderno: è una soglia, un elemento vivo che attraversa uno stato per entrarne in un altro.
I reperti archeologici più antichi di tamburi veri e propri risalgono a circa il 4.200 a.C., in Cina con gli “alligator drums”, tamburi neolitici costruiti con un telaio cilindrico e una membrana animale, spesso ricavata dalla pelle dell’alligatore cinese. Questi strumenti, rinvenuti principalmente nella provincia di Shandong, rappresentano le più antiche evidenze materiali di tamburi a membrana al mondo.
A Çatalhöyük, nell’attuale Turchia troviamo le pitture rupestri più antiche dove è raffigurato il Tamburo. Da quel momento in poi, ogni cultura che incontriamo testimonia la presenza di strumenti a percussione. È plausibile che il Tamburo sia molto più antico dei reperti che oggi possediamo: la sua origine precede la monumentalità, appartiene al gesto.
In area mediterranea lo troviamo presso Sumeri, Egizi, Greci e Romani. È simbolo di potere cosmico: creazione, vita, morte, rinascita. Viene utilizzato nei culti della fertilità, nei riti di passaggio, nelle pratiche iniziatiche. Ciò che oggi chiamiamo “spirituale”, per quei popoli era semplicemente vita vissuta in continuità con la natura.
Un elemento spesso dimenticato è che, in molte di queste culture, le donne erano le custodi del Tamburo. Sacerdotesse, officianti, portatrici del ritmo: la loro capacità di dare la vita le rendeva naturali depositarie dei culti legati alla ciclicità e alla trasformazione. Gli uomini partecipavano ai rituali, ma in un equilibrio condiviso.
Poi accadde una frattura.
Con l’avvento del Cristianesimo istituzionale, il calendario lunare venne progressivamente sostituito da quello solare; la Dea Madre venne estromessa e rimpiazzata da un principio maschile unico. La donna fu esclusa dalle funzioni sacre, privata della voce, del corpo rituale, del Tamburo. Da simbolo di sacralità divenne fonte di colpa.
Molte pratiche antiche si nascosero dentro il Cristianesimo; altre sopravvissero solo nella trasmissione orale. L’armonia tra maschile e femminile vede il culmine della sua distruzione, lasciando spazio a sistemi di potere e controllo. Questa frattura, iniziata secoli fa e continua ancora oggi.
Eppure il Tamburo resta.
Per chi lo ascolta e per chi lo suona, rimane un ponte.
Un richiamo alle origini.
Un ricordo vivo della nostra relazione con la Terra, con il cosmo e con ciò che si muove oltre il visibile.
È uno strumento antico, ma vivo.
E continua, ancora oggi, a insegnarci come ritrovare l’equilibrio perduto.
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