
Quando parliamo della medicina del Tamburo, è importante chiarire fin da subito un punto:
stiamo parlando del Tamburo in quanto archetipo, indipendentemente dalla sua forma, dalla cultura di appartenenza o dal modo in cui viene suonato.
Esistono tamburi diversi in ogni parte del mondo, ritmi differenti, tecniche specifiche, ma al di là di queste variazioni il Tamburo rimane uno strumento universale, capace di parlare un linguaggio che precede le parole e attraversa le culture.
Questo testo fa parte della Biblioteca del Tamburo, uno spazio dedicato a scritti, visioni ed esperienze sul Tamburo come strumento di ascolto, relazione e presenza.
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Il Tamburo e il cuore
Il Tamburo è lo strumento che, più di ogni altro, entra in relazione diretta con il cuore.
Non per un principio simbolico astratto, ma per una ragione semplice e profondissima:
il suo battere richiama il battito cardiaco.
Quel ritmo primario che ci accompagna fin dal grembo, prima ancora della parola, prima del pensiero.
Un ritmo che il corpo riconosce immediatamente, senza bisogno di interpretazioni.
Il cuore è il luogo in cui le energie di Terra e Cielo si incontrano e trovano equilibrio.
È il punto di convergenza delle direzioni, lo spazio in cui alto e basso, dentro e fuori, visibile e invisibile smettono di essere opposti e iniziano a dialogare.
Il cuore non è soltanto un organo fisico, né esclusivamente un centro energetico.
È il centro dell’essere, il punto di equilibrio attorno al quale tutto si organizza e si orienta.
Quando parliamo di cuore, spesso facciamo fatica a spiegare di cosa stiamo realmente parlando.
Questo accade perché il cuore non appartiene al linguaggio della spiegazione.
È una vibrazione talmente essenziale da non richiedere definizioni.
Il cuore non chiede di essere compreso con la mente,
chiede di essere abitato.
Non è qualcosa su cui riflettere,
ma qualcosa da incarnare,
da agire nel silenzio,
con fiducia.
Quel battito, in tempi molto antichi, è stato uno dei simboli fondamentali attraverso cui l’essere umano ha cercato di comprendere e rappresentare il mondo.
Nel suo ritmo si riflettevano i grandi cicli della natura:
il giorno e la notte,
la luna e il suo movimento,
le stagioni e il continuo mutare degli elementi che le attraversano.
Da un’osservazione attenta di questi ritmi nasce la visione della ciclicità, e con essa l’immagine della Dea Madre: principio generativo, grembo del tempo, forza che dà forma e dissolve, che crea e riassorbe.
Quel battito era al centro di tutto ciò che poteva essere osservato nell’antichità.
Non come concetto astratto, ma come esperienza diretta:
nei corpi, nei campi, nel cielo,
nella nascita e nella morte.
Oggi, attraverso queste parole e attraverso il suono del Tamburo, desidero rievocare quella memoria.
Non per nostalgia del passato, ma per ricordare che quel ritmo non ha mai smesso di esistere.
Continua a battere, silenzioso,
nel cuore di ogni cosa.
Il cuore come casa dell’Amore
In filosofia, così come in molte tradizioni spirituali, il cuore è definito come la casa dell’Amore.
Ma cos’è l’Amore?
Quando pensiamo a una bambina o a un bambino molto piccoli, cosa percepiamo davvero, se non amore allo stato puro?
Prima ancora delle parole, dei ruoli e delle aspettative, ciò che arriva è una presenza integra, non frammentata, una vibrazione semplice e diretta.
Poi accade la vita.
Crescendo, iniziano a formarsi ferite, traumi, adattamenti.
Esperienze che, poco alla volta, frammentano la nostra percezione del mondo, di noi stesse e degli altri.
Questi frammenti prendono nomi, immagini, archetipi; ci “specializziamo” in alcuni aspetti della nostra personalità e ne lasciamo altri sullo sfondo.
Così perdiamo l’integrità che eravamo da bambini.
Eppure quella frequenza originaria non è andata perduta.
Non è cambiata.
Siamo noi ad aver imparato a percepirla in modo diverso, più opaco, più mediato.
Arriva spesso un momento nella vita in cui ci chiediamo:
che cos’è davvero l’Amore?
E ci accorgiamo che non è così facile rispondere.
Non parlo dell’amore che possiamo provare per un’altra persona — una figlia, un genitore, un’amica, un partner.
Quell’amore è reale, profondo, prezioso.
Ma ciò di cui parlo qui è qualcosa di ancora più diretto e puro, uno stato dell’essere che precede ogni relazione e ogni oggetto dell’amore.
Se siamo fortunati, questa domanda ci mette in cammino.
A volte alcune esperienze ci concedono per un istante quella percezione tanto cercata: un attimo di pienezza, di unità, di silenzio colmo.
Altre volte, e sempre se siamo fortunati, questa percezione può tornare quando ci avviciniamo alla morte, quando siamo disposti a lasciare andare tutto, persino la vita.
È anche in quel momento, dicono molte tradizioni, che possiamo ritrovare l’Amore originario e tornare all’origine.
Veniamo alla luce come Amore.
Ne perdiamo la consapevolezza.
Lo cerchiamo per un’intera vita, a volte assaporandone solo il profumo.
E infine, forse, lo ritroviamo quando siamo pronti a passare oltre.
Questa è una mia visione personale.
Una visione forse malinconica, ma profondamente reale per il mio vissuto, ad eccezione dell’ultimo passaggio, che non ho ancora attraversato e che spero sia ancora lontano.
Ed è proprio qui che il Tamburo incontra il cuore:
non per spiegare l’Amore,
ma per ricordarlo.
Il battito primordiale
Ma la medicina del Tamburo non si ferma qui.
Il Tamburo rappresenta anche ciò che chiamo il battito primordiale.
Immaginiamo, per un istante, di prendere un atomo e di amplificarne il suono.
Con molta probabilità non percepiremmo un colpo distinto, ma un sibilo continuo, una vibrazione costante, apparentemente uniforme.
Ora immaginiamo di rallentare quel movimento, di allungare l’onda, fino a poter distinguere i singoli impulsi.
Cosa accade quando la vibrazione rallenta abbastanza da diventare percepibile?
Il suono che emerge è semplice, essenziale:
TAM.
TAM.
TAM.
TAM.
Esattamente come un tamburo.
Il battito primordiale non è altro che la vibrazione fondamentale di ogni cosa:
di ogni particella, di ogni atomo, di ogni stella, di ogni galassia.
Cambiano i nomi, cambiano i modelli, ma il principio resta lo stesso: tutto vibra.
Nikola Tesla affermava che, per comprendere l’universo, è necessario pensare in termini di energia, frequenza e vibrazione.
Non come metafora poetica, ma come chiave di lettura della realtà.
Anche Albert Einstein, in forme diverse, ha indicato che ciò che percepiamo come materia non è altro che energia in movimento, una condensazione di vibrazione.
Se tutto vibra, allora tutto pulsa.
E se pulsa, allora tutto emette un suono, anche quando questo suono non è udibile dall’orecchio umano.
Ogni cosa del creato, in questo senso, suona.
L’universo non è un insieme di oggetti statici, ma una grande orchestra cosmica, in cui ogni elemento partecipa con la propria frequenza.
E alla base di questa musica infinita, come un tempo che precede la melodia, vibra il battito primordiale.
Il Tamburo, quando viene suonato con presenza e ascolto, non fa altro che ricordare al corpo questa verità antica:
noi non siamo separati da quel ritmo,
noi siamo quel ritmo.
In questa visione, il Tamburo diventa un portale di connessione tra noi e le due grandi matrici del creato:
il Suono – il battito primordiale da cui tutto emerge.
e l’Amore – la forza che tiene insieme ciò che è stato creato.
Il battito e l’Amore: un’unica vibrazione
Ogni volta che parlo di battito primordiale e di Amore come di due principi distinti, utilizzo una distinzione funzionale e simbolica, non una separazione reale.
È un modo per rendere comprensibile, attraverso il linguaggio, ciò che nella sua natura più profonda è una sola vibrazione indivisa.
Per chiarire meglio questo punto, possiamo osservare un esempio semplice, tratto dall’esperienza quotidiana.
Quando parliamo di un giorno, intendiamo l’intero ciclo di ventiquattro ore.
Sappiamo bene che questo ciclo comprende momenti di luce e momenti di buio.
Eppure il giorno non termina quando cala la notte, né viene realmente “spezzato” da un’ora convenzionale: il ciclo continua senza interruzioni.
L’alternanza tra luce e buio non divide il giorno in due realtà separate.
Descrive semplicemente le diverse fasi, le diverse modalità di manifestazione di un unico tempo continuo.
Allo stesso modo, quando parlo di battito e di Amore, non sto indicando due sostanze diverse.
Sto descrivendo due aspetti di uno stesso processo vitale, due modalità attraverso cui un’unica vibrazione si rende percepibile.
In questa visione, il Tamburo diventa un portale di connessione tra noi e le due grandi matrici del creato:
il Suono, inteso come battito primordiale da cui tutto emerge,
e l’Amore, inteso come la forza che tiene insieme ciò che è stato creato.
Queste due matrici non sono realtà separate.
Sono due modalità di espressione della stessa vibrazione.
Il battito è vibrazione.
L’Amore è vibrazione.
Ciò che cambia non è la loro natura, ma il modo in cui questa vibrazione si manifesta nell’esperienza.
Il battito rende percepibile l’avvio del movimento, l’impulso iniziale, la pulsazione che rompe l’immobilità.
L’Amore rende possibile la continuità di quel movimento, la coesione, la capacità di tenere insieme ciò che si muove e di permettergli di diventare forma, relazione, vita.
Non si tratta quindi di affermare che senza battito o senza Amore qualcosa “manchi”, come se fossero due forze separate.
Si tratta di riconoscere che ogni processo vitale esiste solo quando questa vibrazione unica si manifesta insieme come impulso e come relazione.
Un battito che non fosse anche Amore sarebbe pura dispersione, rumore senza legame.
Un Amore che non fosse anche battito resterebbe potenziale non incarnato, vibrazione senza forma.
Il Tamburo rende udibile questa unità.
Nel suo suono, battito e Amore non sono distinguibili:
sono la stessa vibrazione che prende forma nel tempo.
Quando il Tamburo viene suonato con presenza e ascolto, non attiva nulla dall’esterno.
Favorisce un riconoscimento.
Il corpo ricorda che ciò che pulsa dentro di lui
e ciò che lo tiene insieme
non sono due forze diverse,
ma un unico ritmo che si manifesta come vita.
Uno strumento di grande responsabilità
È qui che il Tamburo rivela la sua potenza più profonda.
Con questo strumento tra le mani, non abbiamo un semplice mezzo musicale, ma un amplificatore di coscienza.
Amplifica ciò che è presente, ciò che viene portato nel campo, ciò che chiede di essere ascoltato.
Questo non significa, però, che il Tamburo sia una bacchetta magica.
La sua potenza non si manifesta automaticamente, né può essere attivata attraverso il controllo o la volontà dell’ego.
Perché il Tamburo possa operare la sua medicina sono necessari:
- pratica
- presenza
- ascolto
- fiducia
Il Tamburo non risponde al comando,
risponde alla relazione.
Alla qualità del gesto,
all’intenzione che lo muove,
alla capacità di chi lo suona di restare in ascolto, senza forzare.
Muovere le maglie sottili della materia
Attraverso il Tamburo possiamo muovere le maglie sottili della materia,
portare nuove informazioni là dove il flusso si è irrigidito,
aprire possibilità di riorganizzazione e di equilibrio.
Ed è questo che fanno le sciamane e gli sciamani,
coloro che operano consapevolmente con il Tamburo:
non intervengono per imporre una forma, ma per entrare in relazione con ciò che è in disequilibrio,
ascoltarne il ritmo profondo e accompagnarlo verso una nuova armonia.
Esistono donne e uomini capaci di operare guarigioni che, a uno sguardo esterno, possono apparire straordinarie.
Il loro lavoro, però, non consiste nell’“aggiustare” qualcosa dall’esterno,
ma nel raggiungere il cuore della vibrazione in disequilibrio e sostenerne il naturale processo di riorganizzazione.
In questo processo, il Tamburo non è il protagonista.
È il veicolo.
Uno strumento che non impone,
non decide,
non sostituisce.
Uno strumento che, se utilizzato con rispetto e consapevolezza, può ricordare al corpo il proprio ritmo,
e ricordarci ciò che siamo sempre state,
prima che il flusso si spezzasse,
prima che il battito perdesse continuità.
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