Sciamano, sciamanico, sciamanesimo: fare chiarezza sulle parole

Relazione, linguaggio e responsabilità di una parola abusata

Perché è necessario fare chiarezza sulla parola

La parola sciamanico è oggi una delle più utilizzate e, allo stesso tempo, una delle più confuse.
Nel linguaggio contemporaneo viene applicata a pratiche, strumenti, percorsi interiori e figure molto diverse tra loro, spesso senza che ci si interroghi davvero sul suo significato originario.

Nel tempo, questo termine è diventato un contenitore ampio, dentro cui finiscono esperienze autentiche, percorsi personali, tradizioni antiche e, talvolta, semplificazioni o fraintendimenti.
Il rischio non è tanto l’uso della parola in sé, quanto la perdita di precisione e di responsabilità nel modo in cui la utilizziamo.

Fare chiarezza non significa stabilire chi abbia “ragione” o chi possa usare un certo linguaggio.
Significa piuttosto riconoscere da dove viene questa parolain che contesto è nata e come viene utilizzata oggi, per poterla abitare con maggiore consapevolezza.

Solo a partire da questa chiarezza diventa possibile parlare di Tamburo sciamanico, di pratiche sciamaniche o di cammini interiori senza sovrapporre piani diversi, senza ridurre tradizioni vive a etichette, e senza perdere il contatto con l’esperienza reale che queste parole cercano di indicare.


Questo testo fa parte della Biblioteca del Tamburo, uno spazio dedicato a scritti, visioni ed esperienze sul Tamburo come strumento di ascolto, relazione e presenza.

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L’origine della parola šaman e la nascita dello “sciamanesimo”

La parola sciamano è di uso relativamente recente nel linguaggio occidentale, ma il fenomeno che cerca di descrivere accompagna l’essere umano da decine di migliaia di anni.
Comprendere l’origine di questo termine e il percorso attraverso cui è arrivato fino a noi è fondamentale per distinguere tra l’esperienza ancestrale a cui rimanda e l’etichetta moderna che oggi utilizziamo.

Il termine sciamano deriva dalla lingua tungusa (Evenki), parlata dalle popolazioni della Siberia nord-orientale.
La parola originale è šaman, e viene generalmente tradotta come “colui o colei che sa”.
Non si tratta di un sapere teorico o dottrinale, bensì di una capacità esperienziale: la facoltà di entrare in stati di coscienza non ordinari e di mediare tra il mondo visibile e quello invisibile.

Da quest’area geografica il termine entra nel linguaggio europeo attraverso esploratori, missionari e diplomatici russi a partire dal XVII secolo.
Il primo autore occidentale a registrare e utilizzare la parola in forma scritta è Nicolaes Witsen (1641–1717), diplomatico e cartografo olandese.
Nella sua opera Noord en Oost Tartarye (1692–1705), Witsen descrive i popoli siberiani e utilizza il termine schaman per indicare figure rituali capaci di entrare in stati particolari di coscienza.
Si tratta di un uso ancora impreciso, ma rappresenta il primo ingresso documentato della parola nel lessico europeo.

Nel XVIII secolo, Johann Georg Gmelin (1709–1755), naturalista tedesco al servizio dell’Impero russo, compie un ulteriore passo.
Nel suo Reise durch Sibirien (1751–1752), descrive gli sciamani come specialisti rituali in grado di entrare in trance e comunicare con spiriti, inaugurando una prima definizione più sistematica del fenomeno.

Il vero salto concettuale avviene però nel Novecento, con l’opera di Mircea Eliade (1907–1986).
Nel suo testo fondamentale Le chamanisme et les techniques archaïques de l’extase (1951), Eliade trasforma lo sciamanesimo in una categoria antropologica comparativa.
Individua elementi comuni tra pratiche rituali di culture geograficamente lontane e definisce lo sciamano come “tecnico dell’estasi”.
Da questo momento in poi, i termini sciamano e sciamanesimo si diffondono globalmente nel mondo accademico e, successivamente, nel linguaggio comune.

È importante sottolineare un punto cruciale:
in questo senso, sciamanesimo è una parola di invenzione occidentale.
È una categoria costruita per osservare, studiare e comparare fenomeni differenti, non un termine utilizzato originariamente dalle culture a cui viene applicato.

Oggi questa parola funziona come un grande ombrello concettuale, sotto il quale vengono raccolte tradizioni, pratiche e figure molto diverse tra loro: dall’Asia centrale alle Americhe, dall’Africa all’Europa arcaica.

Nelle tradizioni ancora vive e radicate, ciò che in Occidente viene oggi raccolto sotto la parola sciamanesimo non è mai stato concepito come un sistema astratto, né come un insieme di pratiche definibili attraverso un “ismo”.

Questo vale anche per le stesse popolazioni tunguse (Evenki) da cui proviene la parola šaman.
Nelle tradizioni evenki non esiste un termine che indichi una “via”, un “cammino” o un sistema di pratiche paragonabile al Kamlık delle culture centroasiatiche o al Cammino Rosso delle tradizioni native nord-americane.
La relazione con gli spiriti, con il territorio e con gli antenati non è separata dalla vita quotidiana e non viene nominata come percorso distinto.
La figura dello šaman emerge come funzione riconosciuta all’interno della comunità, non come aderente a una dottrina o a una via formalizzata.
La legge che regola questa relazione non viene concettualizzata perché è già operante: è inscritta nei cicli naturali, nei gesti, nei ritmi della vita stessa.

Al contrario, queste culture riconoscono figure preciseruoli incarnatifunzioni vive all’interno della comunità.
Parliamo del curandero o della curandera nelle tradizioni mesoamericane, della mujer medicina o dell’hombre medicina in diversi contesti nativi, del sangoma nell’Africa australe, del babalawo e del nganga in ambito afro-atlantico, fino alla figura del Kam nelle culture turco-mongole e centroasiatiche.

Questi termini non indicano un’ideologia, ma una persona.
Non descrivono un sistema di credenze, bensì una funzione viva, esercitata attraverso pratiche profondamente intrecciate alla vita quotidiana, alla cura, al territorio e alla relazione con il visibile e l’invisibile.

In questi contesti non esiste un “ismo” che racchiuda e definisca le pratiche.
Non perché manchi una visione coerente del mondo, ma perché la visione è già incarnata nella vita stessa, nelle leggi naturali, nei cicli e nelle relazioni.

Un esempio particolarmente chiaro e prezioso è quello del Kam.
Nella tradizione centroasiatica non si parla di “sciamanesimo”, ma di Kamlık, la via del Kam.
E Kamlık non è una religione, né un’ideologia, né un sistema spirituale astratto,
è il Töre ovvero la Legge stessa:
la legge di funzionamento della vita, della natura e del cosmo.
È l’ordine dinamico che regola i rapporti tra cielo e terra, tra esseri umani, antenati, spiriti ed elementi.
Il Kan non “pratica” qualcosa che sta fuori da questa legge: vive e custodisce il Töre, lo riconosce, lo attraversa, lo mantiene in equilibrio.

Un discorso analogo può essere fatto per ciò che, nelle tradizioni native nord-americane, viene chiamato Cammino Rosso.
Anche in questo caso non si tratta di un “ismo”, né di un insieme di tecniche o pratiche spirituali, ma di un orientamento etico ed esistenziale.
Il Cammino Rosso indica il modo giusto di camminare nella vita, fondato su responsabilità, rispetto, verità e relazione con la comunità, con la Terra e con il sacro.
Non definisce cosa una persona fa, ma come vive ciò che fa.

Come il Kamlık non è un “ismo” ma l’espressione del Töre, la Legge vivente del cosmo, così il Cammino Rosso non è una religione né una dottrina, ma una via incarnata, riconoscibile solo attraverso il comportamento, le scelte e la coerenza di chi la percorre.

Questo esempio rende evidente un punto fondamentale:
ciò che in Occidente chiamiamo sciamanesimo è spesso una semplificazione linguistica, utile per orientarsi, ma potenzialmente fuorviante.
È un termine-ombrello che facilita la comunicazione, ma che rischia di snaturare la specificità delle tradizioni e di appiattire funzioni vive in categorie concettuali.

Ed è proprio per questo che diventa necessario fare chiarezza:
riconoscere che la parola sciamanesimo non nasce dalle tradizioni stesse, ma da uno sguardo esterno;
e che il termine sciamanico, se utilizzato con consapevolezza, può indicare una qualità della relazione, non un sistema chiuso.

Da questo punto di vista, la parola sciamanesimo è al tempo stesso utile e problematica.
Utile, perché permette di nominare un insieme di fenomeni complessi.
Problematica, perché può snaturare e disorientare se viene utilizzata senza consapevolezza, appiattendo differenze profonde e cancellando il radicamento territoriale e culturale delle pratiche.

Riconoscere questa ambivalenza è il primo passo.
La parola non va né rifiutata né assunta in modo ingenuo.
Va riconosciuta per ciò che è, e utilizzata per ciò che realmente può offrire.

Ed è proprio da qui che si apre una domanda fondamentale:
Se sciamanico non indica una forma, una tradizione unica o un insieme di tecniche, che cosa indica davvero?


Che cosa indica davvero la parola “sciamanico”

Nel suo significato più profondo, sciamanico non descrive un contenuto, ma una qualità della relazione.
Non rimanda a un sistema, ma a un modo di stare in rapporto con la realtà.

Quando utilizziamo la parola sciamanico in modo consapevole, non stiamo parlando di un’identità, né di un ruolo auto-attribuito, ma di un’attitudine percettiva e relazionale:
la capacità di ascoltare ciò che non è immediatamente visibile,
di muoversi tra diversi livelli dell’esperienza,
di entrare in relazione con le forze, i simboli, le memorie e le presenze che abitano il mondo.

Sciamanico non è ciò che si fa, ma come lo si fa.
Non è l’azione in sé a essere sciamanica, ma il livello di presenza, responsabilità e ascolto con cui viene compiuta.

In questo senso, la parola sciamanico può essere intesa come un aggettivo che qualifica una modalità di relazione con la vita.
Una modalità in cui l’essere umano non si pone come dominatore o osservatore esterno, ma come parte integrante di un sistema più ampio, fatto di relazioni tra visibile e invisibile, tra umano, naturale e spirituale.

Essere in una relazione sciamanica significa riconoscere che ogni gesto ha un impatto,
che ogni azione si muove all’interno di una rete di connessioni,
e che l’ascolto precede sempre l’intervento.

Per questo, nelle tradizioni originarie, non esiste una separazione netta tra spirituale e quotidiano.
La dimensione sciamanica non è confinata al rito, ma attraversa la vita intera: la cura, il lavoro, la parola, il silenzio, la relazione con la comunità e con il territorio.

Quando oggi utilizziamo il termine sciamanico in modo onesto, possiamo farlo solo se siamo disposti a svuotarlo di ogni esotismo, di ogni idealizzazione e di ogni pretesa identitaria.
Sciamanico non significa “antico”, né “misterioso”, né “potente”.

Sciamanico significa relazionale.
Significa stare in dialogo con ciò che vive,
riconoscere i passaggi,
attraversare le soglie con rispetto,
e assumersi la responsabilità delle conseguenze di ciò che si muove.

In questa prospettiva, il termine sciamanico non definisce chi sei,
ma come cammini.
Non ti assegna un ruolo,
ma ti invita a una postura:
quella dell’ascolto, della mediazione e del servizio.


L’uso improprio del termine “sciamanico” oggi

Oggi la parola sciamanico è sempre più diffusa,
ma non sempre l’energia che la accompagna è coerente con ciò che dovrebbe indicare.

In molti contesti contemporanei, sciamanico è diventato un’etichetta evocativa, un aggettivo suggestivo, talvolta uno strumento di legittimazione simbolica.
Viene applicato a pratiche, oggetti, esperienze o percorsi che non necessariamente nascono da un ascolto profondo, ma da un bisogno di identità, di appartenenza o di riconoscimento.

Il rischio non è l’evoluzione delle pratiche, né il fatto che esse si adattino al tempo presente.
Il rischio è la perdita della qualità relazionale che il termine dovrebbe indicare.

Quando la parola sciamanico viene utilizzata per rafforzare un’immagine personale, per alimentare un ruolo, o per creare un’aura di potere, l’energia che si muove è spesso l’opposto di quella che le pratiche originarie custodivano.
Non ascolto, ma affermazione.
Non relazione, ma centralità dell’ego.
Non servizio, ma autorappresentazione.

In questi casi, ciò che manca non è la forma corretta, ma la responsabilità.
Responsabilità nel riconoscere i limiti,
nel restare in ascolto,
nel non confondere l’intensità dell’esperienza con la profondità del lavoro.

Nelle tradizioni vive, la dimensione sciamanica non è mai auto-dichiarata.
Viene riconosciuta nel tempo, attraverso la coerenza, il servizio alla comunità, la capacità di stare nel silenzio tanto quanto nel rito.
Più una persona è in relazione con l’invisibile, meno sente il bisogno di nominarlo.

Per questo, oggi, può essere utile un atto di sobrietà linguistica.
Non per negare la parola sciamanico, ma per restituirle peso.
Per ricordare che non è una qualifica, ma una responsabilità.
Non un’identità, ma una postura.

Quando l’energia che arriva non corrisponde a ciò che la parola “sciamanico” indica – ascolto, presenza, servizio – allora non si tratta di sciamanesimo, ma di una sua caricatura.

E forse, in questi casi, il silenzio sarebbe più sciamanico di molte definizioni.


Con questo articolo non intendo definire cosa sia o non sia lo sciamanesimo in senso assoluto.
Intendo chiarire da dove parlo.

Per me, “sciamanico” non è un titolo, non è un’estetica, non è una promessa di potere.
È una qualità della relazione, un modo di stare, una responsabilità che si assume nel corpo, nel tempo e nella vita quotidiana.
Da qui in avanti, ogni volta che userò questa parola, lo farò in questo senso.
E se l’energia non è questa, preferisco non usarla affatto.


Se senti il desiderio di proseguire la lettura e l’ascolto,
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