
Non so dire esattamente quando il Tamburo abbia iniziato a chiamarmi.
Per anni ho portato a casa Tamburi di ogni tipo, africani, tribali, artigianali, come se qualcosa, dentro di me, volesse circondarsi del loro battito.
Eppure non riuscivo a suonarli.
Non capivo il ritmo, non riuscivo a “sentirmi dentro”, e non mi veniva neppure la voglia di imparare.
Quando poi ho trovato il mio ho compreso che non era incapacità, ma dissonanza.
Non era quel Tamburo a chiamarmi, era l’altro, quello che stavo per incontrare.
Il Tamburo a cornice con il manico, quello che oggi erroneamente chiamiamo “Tamburo sciamanico”.
Quella chiamata arrivò all’improvviso, come un seme che rompe la terra dall’interno.
Era la primavera del 2019: non ricordo la visione, né il pensiero esatto, ricordo solo la certezza e sapevo che dovevo costruire un Tamburo con le mie mani.
Non pensai neppure per un istante che avrei potuto farlo con qualcuno.
Il dono di una vita.
Era il periodo di Pasqua, chiesi a Luca, amico di famiglia e allevatore da una vita, se potesse donarmi una pelle di agnello.
Gli dissi che non volevo “ricevere” soltanto, volevo essere io a prendere quella vita.
Non avevo mai fatto una cosa simile.
Avevo timore, sì, ma sentivo anche una fiducia che veniva da un luogo più profondo del mio pensiero.
Luca mi disse:
«Vieni il venerdì santo. Alle cinque del mattino.»
Conoscevo bene quella campagna, è parte della mia infanzia, di molti ricordi, le macellazioni in famiglia, il pane caldo, i racconti, la terra che profuma di bagnato e roccia viva.
Il Goceano è così, duro, antico, bellissimo.
Quel venerdì però, tutto aveva un sapore diverso.
Arrivai alle 5 precise. L’aria era ferma, come in un tempio prima del rito.
Nessun uccello aveva ancora annunciato il giorno.
Quando entrai, Luca aveva già compiuto il gesto che pensavo spettasse a me.
Rimasi di stucco e anche deluso.
Gli chiesi: «Perché non mi hai aspettato?»
Lui fece un cenno, come a dire “così doveva andare”.
Ma la vera risposta arrivò da un luogo che non era la sua voce.
Fu un messaggio netto, che mi attraversò senza possibilità di replica:
“Questo non è compito tuo.”
Quella frase mi ha segnato.
Luca mi consegnò tre pelli di agnello, erano calde, umide di vita appena trasformata.
Andai verso il fiume a lavarle.
Il battesimo nel fiume
La camminata per andare verso il fiume la conosco bene, ma quella mattina era un’altra cosa.
Gli uccelli iniziavano a raccontare l’alba, l’acqua cantava sulle pietre, e dentro di me si muoveva un silenzio antico.
Lavare quelle pelli non fu un gesto tecnico né un funerale, fu un battesimo.
Un rito involontario ma sacro, un atto di presenza.
Il freddo dell’acqua mi entrava nelle ossa, mentre la luce cresceva.
Ogni suono della natura si intrecciava con il mio respiro, mi sentivo colmo di gratitudine e ignaro di cosa stesse iniziando quel giorno.
Quando tornai su, Luca mi offrì la colazione.
Parlammo poco.
Era una di quelle mattine in cui il silenzio fa tutto il lavoro.
i primi tentativi
Non avevo idea di come trattare una pelle, non cercai su internet, fu tutto intuitivo, naturale.
Feci tre cornici di legno, tendendo le pelli con i chiodi, il freddo le preservò dalle mosche e aspettai diversi giorni prima che si asciugassero.
Comprai poi un cerchio di legno da 30 cm. Non sapevo come si imbastisse un Tamburo, feci qualche breve ricerca su YouTube per trovare qualche indizio, ma non trovai niente che desse un vero metodo.
Ma provai.
Tirai su un Tamburo molto improvvisato, legato con spago da cucina.
Era acerbo, certo, ma conteneva un’intenzione pura.
Quando qualcosa ti chiama, la strada si apre da sola. L’inizio non è mai facile, a volte inciampi, a volte cerchi, a volte ricevi insegnamenti senza apparenti maestri.
Ad ogni modo, facevo una grande fatica a cavarne piede, avevo ormai capito che le pelli che avevo non erano ideali, e quindi decisi di cercare chi potesse aiutarmi.
La svolta
Ricordo ancora con grande chiarezza la prima telefonata con Stefano Principini, di Pelli Sonore.
Parlammo per un po’, come se ci conoscessimo da tempo.
Alla fine mi consigliò una pelle di capra di montagna, e pochi giorni dopo la ricevetti a casa.
Quella telefonata ha aperto una storia che dura ancora oggi, un rapporto di collaborazione, fiducia e amicizia che merita un racconto a sé. Ma andiamo con ordine.
Avere tra le mani una pelle lavorata per quello specifico compito, cambiò tutto, o almeno lo credevo.
La verità è che, anche con il materiale giusto, costruire un Tamburo non è semplice, ci vuole sensibilità, intuizione, pazienza… e parecchi errori.
In quel periodo, mentre sperimentavo da solo, cercai anche qualcuno da cui imparare.
Trovai un laboratorio nel sud Sardegna, tenuto da Ollinatl Contreas, un uomo messicano del lignaggio tolteco.
Ma il costo del seminario, allora, era fuori dalla mia portata.
Non chiesi, non spiegai, non provai a trovare un accordo.
La verità è che fu la vergogna a farmi rinunciare, ma col tempo, ho capito che quella “rinuncia” fu la cosa migliore che mi potesse accade.
Fu proprio quel rimanere da solo con la pelle sul cerchio, con il silenzio della stanza e la testardaggine della materia, che mi fece nascere davvero come costruttore.
Fu il mio trampolino di lancio.
Anni dopo ho conosciuto Sujian, oggi un caro amico, che organizza i laboratori di costruzione per Ollinatl. Gli raccontai quell’episodio e lui mi rispose ridendo: «Se me lo avessi detto, avremmo trovato una soluzione. non saresti rimasto fuori.»
Ma la strada ha una sua intelligenza, e quella volta la strada voleva che fossi solo.
Tre tamburi da una sola pelle
Con quella pelle di capra realizzai i miei primi tre Tamburi.
Il primo era di 40 cm. Non riuscivo a tendere bene la pelle, era molle, fiacca.
Dopo qualche giorno lo smontai.
Ci riprovai.
Me lo ritrovai più stabile, più sonoro… ma ancora non bastava.
La pelle, ormai usurata nella zona dei fori, decise per me, la tagliai e ne ricavai un Tamburo da 30 cm.
Questa volta il risultato fu buono.
Quel Tamburo di capra mi durò davvero a lungo.
Non era perfetto, ma era vivo, e soprattutto era mio.
Era la prova tangibile che il cammino era iniziato.
Sant’Antioco e il Tamburo che respirava con il mare
Nel 2022 io e mia moglie Carla passammo una giornata con due amici fraterni, Massimo e Marcella.
Ci portarono nell’isola di Sant’Antioco, nel profondo sud-ovest della Sardegna.
Era una giornata tiepida, piena di profumi di macchia mediterranea, ginepri, vento salato e scogliere a picco sul mare.
Scendemmo verso una delle spiagge più incantevoli dell’isola.
Massimo ci raccontò che quella costa è la prima terra del Mediterraneo a incontrare l’energia dell’oceano Atlantico, che entra dritta attraverso le Colonne d’Ercole.
Alle sue parole mi attraversò un brivido.
Davanti a noi un orizzonte aperto, una luce diversa, una brezza che sembrava portare memorie lontane.
Fu allora che accadde una delle esperienze più sorprendenti della mia vita con il Tamburo.
Facevo pochi passi, suonando il Tamburo di capra, e la nota cambiava.
Ad ogni metro, ad ogni mutamento del terreno, dell’aria, dell’umidità, della luce,
la pelle rispondeva in modo diverso, la nota saliva e scendeva, in maniera sostanziosa, era così evidente da sembrare un canto vivente, una melodia propria.
Rimasi scioccato.
Allora non avevo la minima idea tecnica di ciò che stava accadendo.
Mi sembrò magia allo stato puro.
Oggi lo so:
il Tamburo stava entrando in risonanza con la terra, con l’aria, con l’acqua e con i campi energetici presenti in quel luogo unico.
Ma a quel tempo…
a quel tempo fu come ricevere il mio primo vero insegnamento.
Un insegnamento che veniva dal mio maestro: il Tamburo.
la prima conduzione
Era ormai autunno e le giornate iniziavano a restringersi, quando la mia carissima sorella Arianna mi chiama e mi dice che desiderava costruire il suo Tamburo con il mio aiuto.
Io, ero ancora molto insicuro delle mie capacità, le spiegai con sincerità che la mia esperienza era minima.
Ma lei insistette, con quella forza dolce e inossidabile che appartiene alla vera fiducia.
E alla fine… cedetti.
Passarono appena poche ore e mi richiamò:
“E se aprissimo questa esperienza anche ad altre tre o quattro amiche?”
Rimasi basito. Avevo già fatto fatica a dire di si a lei, figuriamoci ad accogliere altre persone. Ero molto restio. Ad ogni modo le dissi che mi sarei preso qualche giorno per ascoltarmi.
Alla fine accettai.
Fu così che nacque il mio primo laboratorio esperienziale.
C’è stato un momento, nel corso di quei giorni, in cui qualcosa dentro di me si è allineato con una chiarezza assoluta:
la via del Tamburo non era una scelta, era un affidamento.
Una consegna. Una chiamata.
Da quel momento ho iniziato, con più presenza e più coraggio, anche un altro cammino:
quello della fiducia in me stesso.
A sostenermi in questa nuova nascita c’era e c’è tutt’ora, oltre ad Arianna, la mia amata moglie Carla, che sin dall’inizio ha visto ciò che io ancora non riuscivo a riconoscere.
Lei è stata bussola, specchio, radice e musa.
Mi ha accompagnato in quel passaggio in cui l’identità si arrende, lascia spazio a ciò che siamo davvero, non ciò che pensiamo di essere, ma ciò che la vita ci invita a manifestare.
Oggi sento chiaramente che le nostre medicine, i nostri talenti, non sono qualcosa che chiediamo.
Sono semi silenziosi già presenti dentro di noi,
in attesa che li vediamo, li nutriamo, li pratichiamo.
Non richiedono sforzo, non chiedono lotta:
chiedono spazio, cura e tempo.
Eppure, per quanto naturali ci appartengano, non è affatto semplice riconoscerli.
Spesso, sono gli altri a vederli per primi, come quando il villaggio riconosce lo sciamano
prima ancora che lo sciamano riconosca se stesso.
Nel mio cammino come conduttore nella costruzione del Tamburo, si è poi intrecciato un percorso fondamentale: il mio apprendistato come counselor ad indirizzo bioenergetico, presso la scuola di Sintesi Personale di Cagliari.
Quel lavoro ha aperto in me un universo:
mi ha permesso di osservare in profondità,
di processare emozioni sopite, dolori antichi,
e di tornare alla gioia con un cuore più intero.
Questa via interiore si è integrata alla perfezione con la Via del Tamburo.
Così accade che, durante i percorsi che guido, si aprano spontaneamente spazi profondi di elaborazione e guarigione.
Non perché io li provochi, ma perché il Tamburo, se gli si lascia spazio, sa dove portare ognuno.
A me spetta solo il compito di custodire quel campo con ascolto, presenza e fiducia.
Oggi più che mai riconosco il Tamburo come un Maestro, il mio Maestro.
A presto
Ivano

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